
Granelli di psicologia ritorna all’opera!!
Ecco il programma completo degli incontri dedicati a PROGETTO MELOGRANO.
Per maggiori dettagli visualizza tutto il PROGRAMMA 2012/13
Psicologia, Grafoterapia, Psicodramma

Ecco il programma completo degli incontri dedicati a PROGETTO MELOGRANO.
Per maggiori dettagli visualizza tutto il PROGRAMMA 2012/13

Per maggiori info clicca qui
A chi non è mai capitato di sognare di perdere i denti, o che gli venissero strappati, tolti, traballanti…? Si tratta di uno sogni più comuni e il suo significato, non sempre uguale, va ricercato nel senso stesso del “dente”. Secondo la tradizione popolare questo segno rappresenta un presagio di morte o comunque di una sciagura che sta’ per colpire sé stessi o qualcuno caro al sognatore, è infatti spesso accompagnato da sentimenti di timore e talvolta procura una maggiore attivazione e attenzione nella vita quotidiana. Tale atteggiamento non è del tutto negativo se si analizza il significato simbolico del “dente”.
I denti vengono usati per masticare, mordere e strappare andando ad indicare aggressività, incisività e virilità. Allo stesso tempo sono indicatori di salute, benessere e anche piacevolezza a livello estetico, indicando quindi la qualità dell’attivazione energetica. In ultimo i denti sono anche connessi all’erotismo e alla sessualità.
E’ interessante la distinzione che fanno i Bambara separando i denti in tre gruppi, ciascuno con una diversa funzione simbolica. Gli incisivi rappresentano la fama e la celebrità e, apparendo in primo piano quando le labbra si dischiudono per ridere, sono anche segno di gioia e si ritiene conferiscano alla parola un carattere di freschezza e giovialità. I canini sono segno di lavoro, ma anche accanimento e aggressività. I molari, simbolo di protezione, sono segno di sopportazione e perseveranza. In questo senso il senso del sogno, sarà legato al tipo di denti persi o strappati. In linea generale comunque il senso potrebbe essere connesso ad una perdita di energia.
Quando la mattina si aprono gli occhi e si rimugina sul brutto sogno appena fatto, ci si dovrebbe interrogare su quale sia l’aspetto della nostra vita quotidiana o della nostra vita interna, che stia in qualche modo “mangiando” le nostre energie, lasciandoci un senso di fastidio e paura. Che cosa in questo momento frena il nostro piglio e talvolta la nostra aggressività. E’ allora interessante osservare come la maggiore attivazione procurata dal significato austero popolare attribuito a questo tipo di sogno, probabilmente risponda ad una reale esigenza interna del sognatore che, privato di energia, forse non sta’ sfruttando a pieno il proprio potenziale.
E’ possibile andare poi ad approfondire ragionando sul singolo dente che nel sogno, ma anche nella realtà, crea dolore, viene perso, è cariato… Ad esempio gli incisivi centrali superiori corrispondono all’archetipo maschile e femminile, rispettivamente il destro al primo, il sinistro al secondo.
Buona interpretazione e buona attivazione a tutti!
Dott.ssa Irene Bellini
Bibliografia:
J. Chevalier e A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, ed. Bur, Milano, 2010
M. Caffin, Quello che i denti raccontano di te, Amrita Ed., 2006
In quest’articolo vorrei parlare di tutte quelle coppie che si confrontano con un successo e che pertanto rimangono in balia di sentimenti molto forti e tra loro contrastanti….
La fine di un trattamento di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) rappresenta per la coppia un momento molto delicato. Il risultato non può essere in alcun modo controllato, e gli aspiranti genitori affrontano l’attesa destreggiandosi tra speranze e timori.
Tutto inizia con l’attesa per il risultato delle BETA. La “Beta HCG” (gonadotropina corionica umana) è l’ormone della gravidanza, la sua presenza nelle urine o nel sangue sancisce l’avvenuto concepimento: l’embrione si è finalmente impiantato.
E’ un sogno che si avvera, l’inizio di una nuova vita, un raggio di sole dopo un lungo e piovoso inverno eppure sembra impossibile riuscire a godersi questo momento come mai?
La gravidanza è un momento cruciale nella vita di ogni donna è uno stravolgimento fisico, emotivo ormonale e sociale imparagonabile a qualunque altro cambiamento. Dubbi, paure e incertezze fanno da cornice a ogni gravidanza ma quando alle spalle si ha una condizione d’infertilità, tutto è notevolmente amplificato. Che cosa significa dunque concepire un bambino dopo uno o più percorsi riproduzione assistita?
Da un punto di vista psicologico un concepimento ottenuto con tecniche di riproduzione assistita espone più frequentemente la coppia a forme di ansia sull’andamento della gravidanza e sulla salute del piccolo. Tutto questo è comprensibile, si tratta di “gravidanze preziose” ottenute spesso dopo percorsi lunghi invasivi e fortemente stressogeni. Per riuscire a concepire un figlio, la coppia, infatti, investe una notevole quantità di energie non solo a livello psicofisico ma anche in termini di tempo e di denaro. Il desiderio di concepire un figlio si sta per avverare eppure, la gioia spesso è soffocata da un’ansia incontenibile relativa a una possibile perdita del bambino. Imparare a gestire quest’ambivalenza emotiva è molto importante al fine di rendere meno faticoso e stressante il periodo della gestazione e anche quello successivo alla nascita del figlio.
La scoperta di non riuscire ad avere un figlio con facilità rappresenta per molte donne una vera e proprio crisi dell’identità. Si sentono tradite dal loro stesso corpo che non funziona come dovrebbe e anche la loro immagine di donna e madre va in frantumi…Elaborare e accettare questa nuova condizione espone la donna ad un lavoro lungo e faticoso. Pertanto la difficoltà a vivere con serenità la propria gravidanza sarà quindi proporzionale al tempo in cui la donna sperimenta la condizione d’infertilità.
A livello mentale il passaggio da uno stato di mancata generatività a uno di gravidanza comporta un bombardamento di emozioni contrastanti. Rispetto alle gravidanze ottenute naturalmente, le donne sottoposte a trattamenti di PMA hanno molta più paura di non riuscire a portare a termine la gravidanza, vivono ogni piccolo segnale del corpo come indice di un aborto imminente e tendono ad essere più ansiose circa la salute del proprio bambino.
Spesso non manifestano apertamente queste ansie per paura di non essere capite, come se per loro gia”graziate” dalla vita non è più lecito esternare dubbi o insicurezze. Questa modalità è difunzionale in quanto l’esperienza di infertilità non va negata ma elaborata al fine di lasciare spazio alla nuova realtà genitoriale. E’ importante lavorare su queste paure per arrivare a vivere le gravidanza serenamente preparando la coppia a gestire i cambiaminti psicologici fisici e sociali impliciti nel ruolo di genitore.
di Tiziana Fiore
In apparenza può sembrare una domanda banale, forse un po’ invadente ma innocua, una domanda come tante altre alla quale probabilmente ciascuno di noi almeno una volta nella vita ha dovuto dare una risposta…Eppure, questa domanda a volte brucia come granelli di sale su una ferita aperta.A un occhio attento non può sfuggire l’imbarazzo e la rigidità che una domanda di questo tipo provoca in alcune donne. Come mai? Vorrei tentare di spiegarlo raccontando una storia….Questa storia racconta la vita di tante coppie che tentano con tutte le loro forze di mantenere agli occhi del mondo una parvenza di vita normale.
“C’era una volta una coppia di giovani innamorati che dopo anni di vita insieme decide di dare il via alla realizzazione di un progetto di vita importante: AVERE UN FIGLIO…In fondo hanno aspettato tutta la vita questo momento e quindi carichi di sogni, aspettative e speranze iniziano ad avere rapporti non protetti.. .
Mese dopo mese il ciclo mestruale smorza l’entusiasmo ma in fondo sì sa ci vuole tempo… Si prosegue…
Passano i mesi e dopo più di un anno iniziano a sorgere i primi interrogativi…
Si rivolgono a vari professionisti, si sottopongono a numerosi e invasivi esami e la restituzione è sempre la stessa: la condizione d’infertilità non renderà così semplice il concepimento naturale…La coppia delusa non sa cosa fare, quello che sarebbe dovuto essere il periodo più bello e spensierato della loro vita, si trasforma in un momento di forte stress fatto di silenzi, di lunghe attese e scelte difficili…
Cambia la percezione delle cose, tutto ciò che sembrava avere senso fino a quel momento sembra perdere valore…Inizia un periodo di profonda sofferenza interiore in cui spesso la scelta è di vivere in solitudine la propria tristezza…
A volte il destino gioca brutti scherzi sembra quasi che le cose accadono nei momenti meno opportuni; ed è proprio allora, che l’aspirante mamma incontra per caso una sua ex compagna di classe…
La giornata non è delle migliori, è iniziata molto presto con una coda in ospedale per fare gli esami del sangue, ora che è pomeriggio inoltrato sta andando a fare due passi perché ha appena ricevuto dalla clinica una chiamata che ha annunciato il probabile fallimento della seconda FIVET(tecnica di procreazione medicalmente assistita).
Che bello rivedere i vecchi amici no? Peccato che l’amica ha appena partorito e ingenuamente le domanda e tu ancora niente?…Vorrebbe scappare piangere e urlare al mondo che se potesse ne farebbe 10 di figli eppure con un sorriso appena abbozzato e un corpo di marmo risponde: “no per ora stiamo bene così…””
Questa storia, forse un po’ esasperata, racconta di uomini e donne che lottano non solo contro la realizzazione di un desiderio ma anche contro una società in cui d’infertilità non si parla e sognare un figlio che non arriva diventa pertanto un segreto da tenere nascosto per paura delle reazioni, dei giudizi e delle incomprensioni degli altri.In una condizione di forte sofferenza e smarrimento, i tentativi della coppia sono rivolti a fare finta che vada tutto bene e che questo figlio non arriva perché in fondo ci si vuole godere ancora la vita…
Una volta superati o comunque alla soglia dei trent’anni, sono diverse le circostanze in cui le donne si trovano a fare i conti con la curiosità delle persone che pongono domande sul futuro.Niente di starno è la vita che è fatta così, se una persona è fidanzata da tanto tempo la domanda più frequente sarà: Quando ti sposi? Non importa se “l’intervistato” è favorevole o meno al matrimonio l’importante è sapere quando. Se invece il matrimonio è stato coronato la domanda tanto banale quanto ricorrente sarà: Bambini ancora niente?
In fondo chi pone quella domanda, è curioso, vuole semplicemente sapere se di lì a poco potrà condividere con la coppia la gioia della genitorialità…E quindi il problema qual è? Il problema è proprio questo, chi “sollecita” il concepimento di un bambino è genitore ed è quindi consapevole della gioia immensa che regala la lieta novella. L’altra faccia della medaglia è che chi non riesce a coronare questo sogno lo sa bene quanto la sua vita potrebbe essere diversa con l’arrivo di un figlio poiché non desidera altro dalla vita.Il dato di fatto però è uno solo: questo figlio non arriva e ogni domanda riapre una ferita molto dolorosa.
Che cosa fare dunque? Evitare le occasioni? Far finta che sia tutto ok? Assolutamente no, per chi si occupa d’infertilità o ci è passato è più semplice poiché riesce a cogliere i “segnali silenziosi” di una condizione così delicata; ma la maggior parte della gente non è minimante consapevole del fatto che un buon 20% della popolazione ha problemi a procreare.Sarebbe auspicabile iniziare a parlare d’infertilità in modo che le coppie possano sentirsi libere di rispondere con sincerità a certe domande senza nascondersi dietro a muraglie difensive pronte a crollare al minimo spostamento.Le cose iniziano a cambiare ma probabilmente il passo più importante per rompere il silenzio deve arrivare dalla coppia stessa; aprirsi agli altri e cercare un sostegno è fondamentale poiché l’infertilità non è una malattia contagiosa che necessita di quarantena, al contrario è una condizione diffusa di cui non ci si deve assolutamente vergognare.
L’appello è per tutti quello di uscire dal silenzio e debellare quello che pare essere uno dei tabù rimansti ancorati alla nostra società …
di Tiziana Fiore
IL LUNGO CAMMINO DELLA GENITORIALITA’
Cosa significa essere genitori? Cos’è la genitorialità?
Innanzitutto la genitorialità non è qualcosa di innato o di scontato. “Essere genitori” è il risultato di un cammino che dura una vita e che nasce dalle fantasie sulle proprie esperienze personali di figli, che generano delle idee sul proprio significato di genitorialità.
Con il desiderio generativo prende forma un progetto nuovo, che arriva dall’incontro di due desideri individuali, diventando uno spazio comune della coppia, un grembo psichico nel quale può essere accolta la fantasia di una nuova vita. Con il concepimento e poi ancora con la nascita si “formalizza” un ruolo che sarà presente per tutta la vita in tutte le sue evoluzioni.
Quanti investimenti, quante fantasie…quanta energia!
Tutto questo ci fa capire come la genitorialità non sia qualcosa di statico, ma un processo dinamico in continua evoluzione…essere genitori è qualcosa che si impara giorno per giorno, è frutto di una amore che viene coltivato e nutrito con energia e passione.
Ma quanto può essere difficile questo compito?
Sicuramente oggi essere genitori è diventato un compito molto più complesso rispetto al passato. Le nuove generazioni hanno modificato notevolmente il contesto, e le nuove acquisizioni in campo psicologico ed educativo hanno posto delle nuove basi e presupposti affinché i figli possano crescere in modo sano e sereno.
Essere genitori oggi non significa più soltanto nutrire e mantenere i propri figli, ma creare un legame affettivo sicuro che permetta al bambino di esplorare il “mondo” con spontanea curiosità. Significa anche creare un ambiente familiare e di coppia che possa essere terreno fertile per l’instaurarsi di questa buona relazione. Significa accogliere con affetto la soggettività e l’unicità del proprio figlio, comprese le differenze e la frustrazione per le aspettative non realizzate dei genitori. Significa anche delineare i giusti confini con delle regole chiare e il più possibile condivise, in cui vengono espressi sia i bisogni dell’adulto che del bambino.
Per assolvere tutte queste funzioni è importante che il genitore non adotti uno stile educativo rigido, ma che impari a mettere in gioco le proprie risorse e credenze per trovare soluzioni nuove e creative che possano favorire lo sviluppo di un legame sicuro. Allo stesso tempo è essenziale che venga mantenuto in primo piano anche il rapporto con il proprio partner, da un lato, per far si che il carico educativo e i valori siano condivisi, dall’altro per mantenere una propria vitalità e favorire poi l’instaurarsi di un legame sano con il figlio che cresce.
…una strada lunga, mai ripetitiva…sempre nuova e pronta a sorprenderci…buon cammino a tutti i genitori!
Dott.ssa Stefania Cioppa
Il numero otto può essere considerato uno fra i simboli più antichi.
Simbolo di equilibrio e infinito (un otto ruotato di 90°), ma anche di conflitto fra materia e spirito.
Otto sono i petali del loto, quindi i sentieri della vita secondo la tradizione buddhista. Otto sono inoltre i punti di riferimento della Rosa dei Venti, simbolo di ancoraggio, messa a fuoco, dentro e fuori da noi stessi.
Otto sono infine le braccia della dea induista Kalì, che sorreggono strumenti sia di purificazione che di distruzione.
Questo numero sembra essere riconosciuto universalmente come indicatore dell’equilibrio cosmico, per questo soventemente utilizzato nella costruzione di templi, mausolei, moschee e Chiese (otto sono i pilastri che sorreggono le volte; si ricordi inoltre la forma ottagonale di alcuni templi o delle fonti battesimali cristiane).
In Giappone l’otto è da sempre considerato sacro, in quanto simbolo di una quantità incommensurabile ma non definita (così come, del resto, lo sono le isole da cui è costituita la nazione stessa).
Mercoledì 17 aprile vi aspettiamo per l’incontro mensile di Progetto Melograno.
Ecco il tema di questo mese:
Ci vediamo alle h: 20.30 in via Varazze 10, Milano.
Se siete interessati a partecipare inviate una e-mail a: granellidipsicologia@libero.it
Le iscrizioni chiuderanno venerdì 12 aprile. La partecipazione è gratuita.
Vi aspettiamo numerosi!
Fino ai 3 anni il bambino sperimenta il gesto grafico creando svariati scarabocchi, probabilmente con diversi strumenti e non sempre sopra un foglio… La maturazione globale e psicomotoria in particolare, permette al bimbo di affinare sempre più le sue opere d’arte. Si potrà notare una gradale aggiunta di forme e figure, oltre che commenti, a volte assolutamente insensati per un adulto, che andranno ad accompagnare le sue produzioni artistiche. La sicurezza, autonomia e autostima del bambino, che si stanno strutturando, saranno influenzate dalle reazioni dell’adulto davanti ai suoi capolavori. L’artista, rispetto alla fase precedente, ha un vero e proprio intento rappresentativo, attraverso l’uso delle forme e delle figure manifesta i suoi sentimenti, desideri, emozioni. Costruisce delle scene e le fa parlare attraverso le sue verbalizzazioni, aggiunge, muove e crea. Oltre a quanto segnalato per gli scarabocchi, per tentare di dare un senso ai disegni dei bambini, sarà ora importante porre attenzione alle verbalizzazioni che accompagnano il gesto grafico e alle scelte che vengono fatte rispetto alle forme e alle figure.
L’evoluzione dello scarabocchio, l’esplorazione del foglio (ambiente) sempre più consapevole e sicura, prevede come conseguenza la creazione di forme via via sempre più complesse e soprattutto personalizzate. Il bambino necessita di maggiori abilità per strutturare forme più complesse, spesso infatti questo accade all’inizio della scuola materna, quando oltre alle capacità personali, si aggiunge l’esercizio al gesto grafico. Spesso le prime rappresentazioni avranno a che fare con ciò che il bambino conosce o desidera: persone, luoghi, emozioni.
Le figure nascono dal perfezionamento delle forme e da un senso estetico sempre più sviluppato, il bambino sa che più il suo disegno assomiglierà alla realtà, più sarà apprezzato dagli altri. Piano piano il bambino aggiungerà dettagli si suoi personaggi, case, alberi… Ad esempio a 4 anni la figura umana della bambina dovrebbe, in linea teorica, comprendere testa, occhi, tronco, braccia e gambe; quella del bambino testa e occhi. A 5 anni andranno ad aggiungersi per la bambina bocca, naso, braccia attaccate al corpo, piedi e abito colorato; mentre il bambino aggiungerà naso, tronco lungo, braccia, braccia e gambe attaccate al corpo, piedi e abito colorato. Con l’aumentare dell’età andranno via via ad aumentare i dettagli, verificare che questo accada ci darà informazioni rispetto all’andamento dello sviluppo cognitivo del bambino oltre che rispetto alla conoscenza del suo schema corporeo (nel caso della figura umana). Allo stesso modo ad esempio, l’albero andrà ad assumere forme diverse e affianco a lui compariranno l’erba, i fiori, gli animali…
In linea generale sembra che sia più facile riscontrare scenari di guerra o caccia nei disegni dei bambini, mentre i disegni delle bambine sono spesso più legati a scene familiari o a rappresentazioni di animali.
Davanti ai disegni dei bambini, oltra a tratto, pressione e quanto descritto per gli scarabocchi, sarà interessante porre attenzione al valore simbolico delle figure rappresentate, alle verbalizzazioni che andranno ad accompagnarle, alla quantità di dettagli per età e all’uso dei colori. Ad esempio se si chiede ad un bambino di disegnare un animale, spesso la scelta sarà legata ad alcuni aspetti del suo carattere o a suoi desideri: un dolce e furbo gattino o un aggressivo e impulsivo leopardo?
Dal momento che il disegno permette al bambino un’espressività piena e intensa, carica di emozioni e aspettative e spesso liberatoria, è importante non limitarne la produzione, fornendo al bambino il materiale e lo spazio adatto affinché possa creare. Allo stesso tempo assume una certa rilevanza la reazione dell’adulto, che non dovrà essere ne’ denigratoria ne’ esageratamente accondiscendente. Il bambino sta raccontando una storia, la sua storia profonda, sarà dunque importante dedicargli la giusta attenzione e il giusto spazio, mettendosi eventualmente in discussione qualora stia comunicando proprio con noi con il modo per ora a lui più congeniale…
Una buona lettura,
Dott.ssa Irene Bellini
Bibliografia
E. Crotti e A. Magni, Come interpretare gli scarabocchi, Red Edizioni, Milano, 2006
PMA è l’acronimo di Procreazione Medicalmente Assistita, termine usato per indicare una serie di procedure, di tecniche medico-chirurgiche che permettono di favorire il corso della fecondazione.
L’infertilità è un problema diffuso e nonostante se ne parli ancora poco, in Italia e non solo, sono moltissime le coppie che ogni anno si sottopongono a queste tecniche con la speranza di riuscire a coronare il loro progetto genitoriale.
I dati raccolti e analizzati dal Registro nazionale della procreazione medicalmente assistita (Pma) mostrano un aumento, nel nostro Paese, della domanda di queste tecniche di riproduzione. Nel 2010 i cicli di trattamento registrati superano i novantamila, se a questo dato si aggiungono le migliaia di coppie italiane che ogni anno intraprendono un viaggio in un Paese straniero per sottoporsi a un trattamento di fecondazione assistita, si ha un’idea di quanto l’infertilità sia un fenomeno in forte aumento.
Cosa ci dicono questi dati? Andando oltre l’aspetto meramente quantitativo, questi numeri ci parlano di persone, di uomini e di donne con storie diverse ma unite da un unico desiderio: DIVENTARE GENITORI. Parliamo di coppie che hanno scelto (scelta spesso molto più complicata di quanto si possa immaginare) e deciso di affidarsi alla medicina al fine di realizzare il proprio desiderio di genitorialità.
Il percorso di PMA è estremamente impegnativo e stressante, la coppia è messa a dura prova soprattutto se si considerano le percentuali di successo non sempre a favore.
Nonostante la consapevolezza, nella coppia rimane forte il rifiuto inconscio delle probabilità d’insuccesso e questo grava ancor di più sull’accettazione dell’eventuale fallimento sancito dalla ricomparsa del ciclo mestruale o della negatività del test di gravidanza.
In generale possiamo affermare che ciò che non si conosce si teme e questo accade proprio perché l’ignoto, mettendo a freno la costante necessità dell’uomo di controllare tutta la sua vita, scatena due sentimenti contrastanti: paura e curiosità. Questo vale sempre, in qualunque situazione insolita o sconosciuta, ma vale ancor di più quando ciò che non si conosce è l’esito di un trattamento che ha come obiettivo l’inizio di una gravidanza. In questo caso l’investimento psico-fisico è altissimo e se consideriamo che non sia possibile prevedere l’esito di un trattamento di Pma, poiché molte variabili non possono essere controllate, è facile immaginare lo stato d’animo degli aspiranti genitori.
Come si può gestire l’attesa per il risultato del trattamento?
E’ inevitabile che la coppia affronti il trattamento con la speranza di rientrare proprio in quella percentuale di successi, ma è fondamentale non pensare in termini esclusivamente positivi. Un atteggiamento di questo tipo, infatti, non solo non protegge dalla sofferenza ma predispone la coppia a un dolore ancora più grande nel caso di fallimento perché significa accettare una realtà che fino a quel momento è stata negata.
Così come non è possibile affrontare il percorso pensando solo in termini esclusivamente positivi, è altrettanto controproducente pensare al trattamento con pessimismo cosmico. Quest’atteggiamento tipicamente adottato da chi ha alle spalle tentativi non riusciti, si basa sul presupposto che non illudersi circa la possibilità di diventare genitori sia il modo migliore per ridurre la sofferenza in caso d’insuccesso. In questo caso ha senso chiedersi: è coerente desiderare un figlio al punto da essere disposti a intraprendere un percorso estremamente impegnativo come quello della Pma senza credere nell’efficacia del trattamento?
Entrambe le modalità non sono funzionali perché si basano su un approccio alla realtà non realistico. E’ importante aiutare la coppia a capire che ogni trattamento può portare a un risultato positivo o negativo, è doveroso che gli aspiranti genitori desiderino e sperino nel successo del trattamento, ma è fondamentale che mettano in conto entrambi gli esiti senza alimentare aspettative irrealistiche.
Essere consapevoli non significa abbandonare la speranza ma facilita la gestione del risultato QUALUNQUE ESSO SIA.
di Tiziana Fiore
L’esperienza di aborto spontaneo durante la prima gravidanza
Una gravidanza, non è solo un momento di attesa di un figlio, ma è anche un momento della vita in cui la donna e l’uomo si preparano per rivestire un nuovo ruolo nella società, nella famiglia e nella coppia, oltre che per una ridefinizione della propria identità.
Un aborto spontaneo, che avviene durante la prima gravidanza, mette fine a questo processo ormai iniziato di ristrutturazione, un processo dal quale non si può tornare indietro, che viene però interrotto, lasciato in sospeso dalla triste notizia. Questo stato di indefinitezza e sospensione lascia i futuri genitori in un limbo. Sono o non sono dei genitori? Sono o non sono mamme e papà? In fondo quel bambino, a cui forse ancora non avevano dato un nome, non è ancora nato! Non l’hanno mai visto, non hanno mai cambiato un pannolino…in fondo era ancora un piccolo fagiolino!
Ebbene quella piccola vita probabilmente era già quasi del tutto formata, e già i genitori iniziavano a fantasticare sul colore degli occhi, dei capelli…ma vediamo meglio come questo va a influire sul processo di ridefinizione della propria identità.
Scegliere di diventare genitori significa intraprendere un cammino che inizia con la creazione di un “grembo psichico” ancor prima del concepimento, e che con quest’ultimo inizia a prendere vita. Preparare lo spazio mentale significa immaginarsi nel ruolo di genitore, rivivendo le proprie esperienze infantili e anche adulte per fantasticare sul modo in cui si può “giocare” il nuovo ruolo, discriminando ciò che si vorrebbe fare da ciò che non appartiene al proprio atteggiamento e che magari è stato vissuto nell’esperienza di figlio. Significa pensare di essere colui che si “prende cura”, facendo l’ultimo passo per diventare grandi e posizionarsi al fianco dei propri genitori come figure alla pari. Significa essere pronti a rinunciare o a mettere da parte per un po’ i propri bisogni per lasciare spazio a quelli del proprio bambino…e tanto altro ancora.
Nel momento del concepimento, e quindi della scoperta della gravidanza, il ruolo di genitore inizia già a prendere vita, anche solo con l’attenzione rivolta alla protezione della donna e del piccolo che porta in grembo.
Dopo un aborto spontaneo cosa accade? Le coppie che si trovano a vivere questa situazione spesso lamentano questo senso di sospensione, di indefinitezza, di incompletezza, poiché la loro nuova identità, quella che andava via via formandosi, è stata improvvisamente interrotta. Nel loro vissuto doloroso spesso il fatto che non vengano riconosciuti come genitori non fa altro che aumentare quel vuoto con cui già si trovano a fare i conti. “Non solo non abbiamo più il nostro bambino ma senza di lui non siamo più niente…siamo incompleti.”
La loro è una genitorialità ferita. Un progetto che non si è coronato felicemente con la nascita di un figlio, ma che è comunque iniziato. È un’esperienza che la coppia ha iniziato a vivere grazie alla presenza di quella vita, che seppur piccola ha regalato delle forti emozioni. Non esiste un ruolo senza un suo controruolo, non esiste un figlio senza un genitore. Se c’è stata una perdita non significa che il ruolo vissuto possa essere cancellato, ma si trasforma in un quello genitore di un figlio non nato.
Riconoscere la genitorialità “ferita” è stato il primo obiettivo del Progetto Melograno, un progetto che io e le mie colleghe abbiamo pensato proprio per far si che questi vissuti potessero trovare un luogo di espressione e condivisione. È in questo modo che accogliamo le nostre coppie, le nostre mamme e i nostri papà, riconoscendo l’importanza della loro esperienza e permettendo loro di elaborarla e integrarla in modo sano nella loro nuova vita, verso un nuovo progetto generativo e creativo.
Dott.ssa Stefania Cioppa
La prossima settimana vi aspettiamo per l’incontro mensile di Progetto Melograno.
Ecco il tema di questo mese:
Ci vediamo VENERDì 22 MARZO alle h: 20.30 in via Varazze 10, Milano.
Se siete interessati a partecipare inviate una e-mail a: granellidipsicologia@libero.it
Le iscrizioni chiuderanno venerdì 15 marzo. La partecipazione è gratuita.
Per visualizzare tutto il programma degli incontri clicca qui.